chirurgia corde vocali

Paralisi delle corde vocali, cos’è e come si cura (tra logopedia e fonochirurgia)

La paralisi di una corda vocale rappresenta una delle possibili cause di alterazione della voce (disfonia), con conseguenti difficoltà nella fonazione e nella comunicazione verbale. La terapia d’elezione è rappresentata dalla logopedia. In alcune circostanze, però, la chirurgia può avere una valenza di integrazione e supporto, soprattutto quando si tratta della moderna tecnica della fonochirurgia fibroendoscopica o FEPS (Fiber Endoscopic Phonosurgery), che permette di eseguire interventi di filling cordale con sostanze come l’acido ialuronico.

Parlare è un’attività umana che spesso è data quasi per scontata. In realtà, la capacità emettere e articolare i suoni è frutto di un meccanismo complesso e delicato, in cui sono coinvolte in prima linea le corde vocali, cioè due strutture anatomiche composte da mucosa, legamento e muscolo che si trovano nella laringe. Il passaggio dell’aria attraverso le corde vocali ne provoca la vibrazione e comporta l’emissione di suoni. È così che nasce la voce.

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Cos’è la paralisi di una corda vocale: sintomi e diagnosi

È facile immaginare, quindi, cosa può accadere se anche solo una corda vocale si paralizza (come può capitare a qualsiasi muscolo). In un’eventualità del genere, le corde vocali smettono di muoversi, di aprirsi e chiudersi al passaggio dell’aria, provocando conseguenze negative (a volte molto gravi) non solo sulla fonazione (e quindi sul linguaggio) ma anche sulla respirazione e sulla deglutizione.

Quando la paralisi riguarda solo una corda vocale, i sintomi con cui si manifesta più comunemente sono voce roca e soffiata, talvolta difficoltà nel mangiare a causa di fenomeni di aspirazione di cibo. Più complicata, invece, è la situazione quando a paralizzarsi sono entrambe le corde vocali. In questo caso, la voce può risultare meno forte ma si manifestano soprattutto forti difficoltà respiratorie (con un suono stridulo che accompagna ogni respiro e possibili episodi di apnea e cianosi).

Per arrivare ad una corretta diagnosi di paralisi delle corde vocali è necessario rivolgersi ad uno specialista in otorinolaringoiatria che provvederà a raccogliere una corretta anamnesi e a prescrivere i necessari esami: in primo luogo la laringoscopia, da affiancare eventualmente ad alcuni specifici approfondimenti radiologici.

Perché le corde vocali si paralizzano: le possibili cause

Un’adeguata diagnosi permette anche di mettere a fuoco le possibili cause della paralisi della corda vocale, che possono essere diverse ma quasi sempre correlate ad un danno al sistema nervoso periferico, responsabile dei movimenti cordali.

Alcune delle cause più comuni di paralisi delle corde vocali sono:

  • Infezioni virali
  • Lesioni da interventi chirurgici al collo e alla colonna vertebrale
  • Traumi;
  • Ictus;
  • Tumori cerebrali;
  • Sclerosi multipla e altre patologie demielinizzanti;

In alcune circostanze, non è possibile individuare con esattezza la causa della patologia. Si parla quindi di paralisi idiopatica.

Il trattamento della paralisi della corda vocale: logopedia e fonochirurgia

Dopo un corretto inquadramento diagnostico, la terapia d’elezione per la paralisi delle corde vocali è rappresentata dalla logopedia. In alcune circostanze, però, la chirurgia può avere una valenza di integrazione e supporto alla terapia logopedica. Oggi, la moderna tecnica chirurgica della fonochirurgia fibroendoscopica o FEPS (Fiber Endoscopic Phonosurgery) permette di eseguire interventi di filling cordale con sostanze come l’acido ialuronico, volte a ripristinare una corretta vibrazione delle corde vocali. Tale chirurgia ha il vantaggio di poter essere eseguita in anestesia locale, con blanda sedazione, e non richiede ricovero. I risultati sono spesso sorprendenti, come si può evincere dal caso recentemente trattato presso il Polo Sanitario San Feliciano di Roma, a cui si riferisce il video sottostante.

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Articolo revisionato dai Dottori Fulvio Paduano e Marco Fantini, specialisti in otorinolaringoiatria presso il Polo Sanitario San Feliciano


prima visita oculistica bambino

Visita oculistica dei bambini: quello che i genitori devono sapere

Quando va fatta fare la prima visita oculistica ad un bambino? Ci sono sintomi che i genitori devono tenere sotto controllo per capire se loro figlio vede bene? Come funziona una visita oculistica pediatrica? Domande normali che si pongono tutte le mamme e tutti i papà alle prese con bambini piccoli. Ecco le risposte.

I primi mesi e anni di vita di un bambino sono molto importanti per lo sviluppo della sua salute psico fisica, come sanno bene tutti i genitori. Proprio per questo motivo, i neopapà e le neomamme sono spesso assaliti da dubbi e quesiti su controlli e visite specialistiche da far fare ai loro figli. La visita oculistica pediatrica fa parte di questi dilemmi. È assolutamente normale, infatti, porsi la fatidica domanda: mio figlio vede bene? Anche perché i bambin molto piccoli non sono in grado di verbalizzare eventuali problemi e disturbi, quindi i genitori sono portati a caricarsi di preoccupazioni ulteriori. In questo breve approfondimento vengono affrontate le tre domande principali legate alla salute degli occhi e della vista dei bambini:

  • quando fare la prima visita dall’oculista;
  • come funziona una visita oculistica pediatrica;
  • quali sono i sintomi che denotano che il piccolo non vede bene.

Prima visita oculistica del bambino: quando farla?

Per rispondere al primo dubbio, cioè quale sia l’età giusta perla prima visita oculistica di un bambino, bisogna partire da una considerazione: molti degli esami di routine degli occhi e della vista richiedono la collaborazione del paziente, perché realizzano misurazioni di tipo soggettivo. Pensiamo, ad esempio, alla lettura del quadro con lettere e numeri appeso alla parete: come fa un bambino a dare risposte utili all’oculista? Ovviamente non può. Anche molti altri esami oculistici richiedono una partecipazione attiva che un bambino troppo piccolo non può dare. È anche vero, però, che ormai la medicina oculistica ha fatto molti passi in avanti e dispone di utili misurazioni oggettive, che possono essere realizzate anche su neonati di pochi mesi di vita. Anche perché, in molti casi, la prevenzione svolge un ruolo decisivo.

Alla luce di queste considerazioni, la prima visita oculista del bambino andrebbe prenotata intorno ai tre anni di vita. A questa età, infatti, il piccolo è collaborativo, anche se non legge. In questo modo, se si evidenziano già problemi di miopia o di occhio pigro, è possibile applicare metodi di riabilitazione visiva, efficaci fino ai nove anni.

È bene precisare, però, che, se i genitori notano sintomi specifici che fanno pensare ad una cattiva visione o c’è una familiarità con malattie particolari degli occhi, la visita oculistica può essere effettuata anche prima dei tre anni. In questo caso, l’oculista procederà a una misurazione oggettiva del visus.

Quando fare, invece, la prima visita dall’otorino?

Il bambino non vede bene? I sintomi da tenere d’occhio e le possibili patologie

Ma quali sono i sintomi che un genitore dovrebbe tenere sono controllo per capire se il bambino vede bene? Il problema, infatti, è che i bambini non riescono a “dire” ciò che non li fa stare bene ma semplicemente si comportano di conseguenza, cercando di compensare ciò che non va. Un bambino che ha problemi di vista, quindi, tenderà ad assumere atteggiamenti che manifestano esternamente il suo disagio, tra i cui i più frequenti sono:

  • avvicinarsi al televisore (o al pc) più del normale per guardarlo;
  • strofinarsi spesso gli occhi;
  • battere frequentemente le palpebre;
  • reclinare la testa lateralmente quando osserva un oggetto;
  • lamentare periodicamente mal di testa;
  • manifestare fastidio alla luce.

Inoltre, possono essere sintomi di difetti della vista, quando si presentano di frequente, anche gli occhi arrossati o con lacrimazione abbondante o le difficoltà a riconoscere i colori (dopo i 5 anni).

Le patologie della vista e degli occhi più frequenti in un bambino sono miopia, ipermetropia (destinata a scomparire di solito vero i 6 anni) e occhio pigro. Alcuni, però, possono soffrire anche di astigmatismo e strabismo.

Visita oculistica pediatrica: come funziona?

La visita oculistica pediatrica viene svolta da un medico oculista, eventualmente con il supporto di altri specialisti. Solitamente, la prima visita inizia con l’esame della refrazione per poi proseguire con l’esame della vista, quello del segmento anteriore dell’occhio e infine quello del fondo oculare (previa applicazione di gocce specifiche). In tutto, si tratta di una visita della durata di circa 30 minuti, che non comporta particolari fastidi per il bambino.

Prenota una visita oculistica pediatrica a Roma presso il Polo Sanitario San Feliciano

 

Articolo revisionato dalla Dott.ssa Valeria Ciapparoni, specialista in oculistica presso il Polo Sanitario San Feliciano di Roma


"Scuola in vista", open day con screening oculistico gratuito per bambini

Il prossimo 8 settembre, in occasione della riapertura delle scuole, l’ambulatorio di oculistica pediatrica attivo presso la sede di Villa Aurora aprirà le sue porte per l’iniziativa "Scuola in vista", una giornata di screening gratuito della vista pensata appositamente per i bambini in età scolare (4-16 anni). Di seguito, tutte le informazioni e le modalità per partecipare.

La vista è un bene prezioso, di cui è importante prendersi cura fin dai primi anni di vita. Alcuni difetti visivi, infatti, possono manifestarsi già nei bambini ed è bene diagnosticarli subito, per approntare le dovute correzioni o terapie riabilitative. Ai genitori, quindi, è demandato il fondamentale compito di monitorare gli occhi dei propri figli fin dai primi mesi di vita. Spesso, però, capire se c’è qualcosa che non va non è semplice, perché il bambino molto piccolo non è in grado di esprimere il disagio che prova. Ecco perché è importante prestare attenzione ai piccoli segnali che possono rivelare l’esistenza di un disturbo della vista e portare periodicamente il bambino da uno specialista in oculistica pediatrica.

Visita oculistica dei bambini: tutto quello che un genitore deve sapere

"Scuola in vista", un’occasione per prendersi cura degli occhi dei bambini

Uno dei contesti principali in cui i difetti della visione possono manifestarsi è proprio la scuola. Condizioni come la difficoltà a leggere, a scrivere o a guardare la lavagna possono rivelare una patologia agli occhi. Per questo motivo, gli oculisti del Polo Sanitario San Feliciano di Roma hanno scelto di dedicare un’intera giornata alla salute della vista dei bambini, prima che ricomincino le scuole. L’iniziativa si chiama Scuola in vista ed è in programma per

giovedì 8 settembre, dalle ore 9 alle 13 e dalle 14,20 alle 18, presso la sede di Villa Aurora (via Mattia Battistini)

La giornata è aperta a tutti i bambini e i ragazzi dai 4 ai 16 anni, che verranno sottoposti gratuitamente ad uno screening della vista che avrà come obiettivo la prevenzione dell'occhio pigro, la diagnosi precoce dei difetti della vista quali miopia, ipermetropia, astigmatismo, strabismo, e dei disturbi dovuti all’uso eccessivo di smartphone e tablet.

Come fare per partecipare allo screening gratuito

Visto il numero limitato di posti a disposizione, per partecipare a Scuola in vista è obbligatorio prenotarsi online, accedendo dal link presente alla fine di questo articolo. Al momento della prenotazione è possibile selezionare l’orario desiderato, tra quelli ancora liberi.

Prenota ora lo screening pediatrico gratuito della vista


pap test

Pap test per la prevenzione dei tumori al collo dell’utero: le risposte alle domande più frequenti

Il Pap test è uno degli esami ginecologici a cui le donne dovrebbero periodicamente sottoporsi perché estremamente utile nella prevenzione contro i tumori al collo dell’utero. Tramite il Pap test, infatti, è possibile diagnosticare precocemente questo tipo di patologia oncologica e poter avviare tempestivamente i protocolli di cura. In questo articolo sono state raccolte le principali domande che riguardano il Pap test, per creare una guida di agevole consultazione a questo esame fondamentale.

Cos’è e in cosa consiste il Pap test?

L’esame prende il nome dal Dottor Papanicolau, che lo introdusse per primo nella comunità medica nel 1940. E’ un esame diagnostico a cui le donne devono sottoporsi regolarmente per la prevenzione dei tumori del collo dell’utero. Da un punto di vista operativo, il Pap test, previa l’introduzione dello speculum, consiste nel prelievo di cellule endo ed esocervicali e nell’analisi delle stesse che viene effettuato in laboratorio.

Quanti tipi di pap test esistono?

Esistono due tipologie di Pap test, quello tradizionale e quello in fase liquida. Per la paziente che si sottopone all’esame, però, la procedura di prelievo delle cellule dal collo dell’utero è identica, a cambiare sono le modalità di analisi successive.A cosa serve il Pap test e cosa si vede con questo esame?

Lo scopo è individuare precocemente il tumore della cervice uterina o specifiche alterazioni, sempre a livello delle cellule del collo dell’utero, che nel tempo potrebbero diventare tali.

Come si fa il Pap test?

L’esame si effettua dopo aver introdotto in vagina lo speculum in modo da rendere visibile la cervice uterina. Il prelievo avviene mediante spatola di Ayre sul collo dell’utero e cytobrush nel primo tratto del canale cervicale.

Come ci si prepara al Pap test? Giorni di astinenza e mestruazioni

Il Pap test on necessita di particolari attività preparatorie. Però, per poter eseguire l’esame:

  • Non bisogna trovarsi nel corso del ciclo mestruale (il test va programmato almeno 5 giorni prima il probabile arrivo delle mestruazioni o almeno 5 giorni dopo la loro fine);
  • Bisogna astenersi da rapporti sessuali nei 3 giorni precedenti;
  • Bisogna sospendere trattamenti con ovuli e candelette vaginali o interrompere i lavaggi vaginali nei 3 giorni precedenti.

Cosa non bisogna fare dopo il Pap test?

Una volta eseguito l’esame, si può ritornare immediatamente alla vita normale e non sono richieste particolari precauzioni.

Il Pap test è doloroso?

No, il Pap test non fa male. A seconda della sensibilità personale e della delicatezza del medico che lo esegue, è possibile avvertire un leggero fastidio localizzato.

Dopo quanto tempo dal test si riceve la risposta?

L’esito del pap test viene comunicato circa tre settimane dopo l’esecuzione dell’esame.

A che età va fatto il primo Pap test?

Non esiste un’età predeterminata, perché è un test collegato all’attività sessuale. Si consiglia, quindi, di eseguire il primo esame entro due anni dal primo rapporto sessuale.

Ogni quanto va ripetuto il Pap test

A partire dal primo rapporto sessuale o comunque dai 25 anni, è consigliabile eseguire il Pap test almeno ogni 3 anni. L’esame è suggerito anche per le donne in menopausa, almeno fino al compimento dei 65 anni.

Cosa succede se il Pap test risulta positivo?

Se il Pap test risulta positivo, significa che nelle cellule prelevate sono state trovate tracce di una infiammazione (batteri, funghi, virus o protozoi) o di una lesione (atipie cellulari). A seconda della tipologia di positività, il medico valuta l’esecuzione di ulteriori esami diagnostici.

Prenota il Pap test a Roma, presso il Polo Sanitario San Feliciano

Articolo revisionato dalla Dottoressa Liliana Corosu, specialista in ginecologia presso il Polo Sanitario San Feliciano


green pass

Green pass base e rafforzato, tutte le informazioni sulla certificazione verde contro il Covid-19

Un approfondimento dedicato al Green Pass, per rispondere alle domande più frequenti sul certificato verde anti Covid-19. Di cosa si tratta? Chi può averlo? A cosa serve? Come ottenerlo e scaricarlo? Che differenza c’è tra Green pass base e Super Green pass?

Cos’è il green pass e come si ottiene

Il Green Pass, conosciuto anche come certificazione verde, è il documento che consente la libera circolazione in sicurezza dei cittadini durante la pandemia da Covid-19. Si tratta di un certificato gratuito e personale, rilasciato a determinate condizioni (vedi paragrafo 2 di questo articolo), disponibile sia nel formato digitale che cartaceo. All’interno del Green pass è contenuto un codice QR bidimensionale e un sigillo certificato.

Il Green Pass è stato istituito dalla Commissione Europea sulla base di un Regolamento entrato in vigore il 1° luglio 2021.

In Italia, dal 6 dicembre al 15 gennaio, è in vigore una duplice forma di certificazione verde:

  • Green pass “base”;
  • Green pass “rafforzato” (o Super Green pass)
  • Green pass booster (o Mega Green pass).

Chi può avere il Green pass booster (o Mega Green pass) e a quali condizioni

Il Green pass booster, conosciuto anche come Mega Green pass, viene rilasciato dal Ministero della Salute:

  • a seguito della somministrazione della dose booster;
  • a i guariti dal Covid-19 che hanno contratto l'infezione dopo aver completato almeno la prima fase del ciclo vaccinale;
  • a i guariti dal Covid-19 che hanno contratto l'infezione nei 14 giorni successivi alla somministrazione della prima dose di vaccino (in questo caso, per, la durata del pass è limitata a 6 mesi).

Attualmente, questa tipologia di Green pass è richiesta solamente per accedere alle Residenze Sanitarie Assistenziali.

Il Mega Green pass non ha limiti di scadenza  (fatta salva l'eccezione menzionata sopra, riguardante coloro che hanno contratto il virus nei 14 giorni successivi alla somministrazione della prima dose di vaccino)..

Chi può avere il Green pass rafforzato (o Super Green pass) e a quali condizioni

Il Green Pass “rafforzato”, conosciuto anche come Super Green Pass, in Italia, viene rilasciato dal Ministero della Salute alle persone che rispettano una delle seguenti condizioni:

  • essere guariti dal Covid-19 da non più di 6 mesi (a far corso dalla data del primo tampone positivo);
  • aver effettuato da almeno 15 giorni la prima dose di vaccino;
  • aver effettuato la seconda dose di vaccino (o l’unica, quando monodose) a completamento del ciclo vaccinale;
  • aver effettuato la dose aggiuntiva al primo ciclo di vaccinazione (dopo almeno 120 giorni dalla dose precedente).

Attualmente, il Super Green pass ha una durata di 9 mesi dalla somministrazione della seconda dose.

Chi può avere il Green pass “base” e a quali condizioni?

La versione “base” del Green Pass, invece, è rilasciata alle persone che rispettano una delle condizioni precedenti oppure una delle seguenti condizioni:

  • essere risultati negativi a un tampone molecolare nelle 72 ore precedenti;
  • essere risultati negativi a un tampone antigenico rapido nelle 48 ore precedenti.

Il Green pass base ha validità 48 ore nel caso di tampone antigenico rapido e di 72 ore nel caso di tampone molecolare.

Villa Aurora è centro vaccinale della Regione Lazio

Certificazione verde e bambini

I bambini fino a 12 anni di età sono esentati dall’obbligo di esibire il Certificato Verde per tutte le situazioni in cui è richiesto. Inoltre, possono accedere liberamente ai centri educativi per l’infanzia. I bambini tra 6 e 12 anni, però, in caso di viaggio all’estero, devono essere sottoposti a tampone molecolare o antigienico rapido. È bene precisare, però, che, essendo state aperte le vaccinazioni ai bambini dai 5 agli 11 anni, agli stessi verrà rilasciata comunque la certificazione verde.

Le altre categorie esenti

Oltre ai bambini, ci sono altre categorie di persone escluse dall’obbligo di Green Pass, perché in condizioni di salute che non gli consentono di sottoporsi alla vaccinazione. A chi si trova in questa situazione, viene rilasciato un apposito certificato medico di esenzione, al momento valido fino al 31 dicembre 2021.

Infine, sono esenti dal certificato verde anche i cittadini che hanno ricevuto il vaccino RaiThera in fase sperimentale e quelli che sono in possesso di un certificato vaccinale della Repubblica di San Marino.

Effettua il tampone rapido presso Villa Aurora

Green pass obbligatorio: quando e a cosa serve

Attualemente, il Green Pass è obbligatorio solo per le seguenti attività:

  • accedere come accompagnatori o visitatori alle residenze sanitarie e alle altre strutture del sistema sanitario nazionale.

Per avere una panoramica chiara e dettagliata della situazione, è opportuno consultare l’apposita tabella pubblicata dal Governo italiano.

Link utile: Il sito ufficiale del Governo dedicato al Green pass.

Prenota il test sierologico a Roma presso il Polo Sanitario San Feliciano

Come scaricare e ottenere il green pass

Chi si trova nelle condizioni per ottenere il Green pass può scaricarlo seguendo una di queste tre modalità:

  • accedendo al sito ufficiale del Governo italiano dedicato alla Certificazione Verde (disponibile qui): basta aver un’identità digitale SPID o il proprio numero di tessera sanitaria;
  • accedendo al proprio fascicolo sanitario elettronico (disponibile qui);
  • scaricando sul proprio smartphone l’app Immuni o l’app IO.

Nel caso di Green pass conseguente a tampone molecolare o antigienico rapido, strutture sanitarie e farmacie che effettuano il test provvedono anche all’invio autonomo del codice (e in alcuni casi anche alla stampa cartacea).

Tutte le notizie sul Covid-19


faccette articolari

Il trattamento del dolore nella sindrome delle faccette articolari

La sindrome delle faccette articolari è tra le possibili cause di mal di schiena cronico. Provocata da una degenerazione o infiammazione delle vertebre, della colonna, la sindrome può generare dolore invalidante. Il trattamento può avvenire ricorrendo a infiltrazioni, denervazione o chirurgia mininvasiva.

Soffrire di mal di schiena cronico è un problema molto serio, che può abbassare notevolmente la qualità della vita e rendere addirittura inabili allo svolgimento di un’attività lavorativa. Per questo motivo, comprendere le cause di tale disturbo ed intervenire in modo tempestivo ed efficace è fondamentale. Una delle possibili ragioni del mal di schiena cronico è la cosiddetta sindrome delle faccette articolari, una patologia che colpisce delle aree specifiche delle vertebre, denominate appunto faccette.

Cosa sono le faccette articolari e perché danno dolore

Le faccette articolari, dette anche articolazioni zigoapofisarie, sono piccole articolazioni che collegano le vertebre nella loro parte posteriore. La loro funzione principale è garantire la stabilità in rotazione. Come qualunque altra articolazione, le faccette articolari possono essere origine di dolore dovuto ad un processo degenerativo (artrosi) o ad uno stato infiammatorio. È bene precisare, però, che la degenerazione articolare delle faccette è conseguenza naturale dell’invecchiamento e solo raramente crea sintomi dolorosi.

Come trattare la sindrome delle faccette articolari ed eliminare il dolore

Il trattamento della sindrome delle faccette articolari ha come obbiettivo quello di alleviare il dolore cronico che deriva dalla degenerazione artrosica o quello acuto derivante dall’infiammazione acuta. tale terapia del dolore può essere di tre tipi: infiltrazioni, denervazione tramite radio frequenze e artrodesi (chirurgia mininvasiva).

Infiltrazione delle faccette

La terapia mediante infiltrazioni consiste nell’iniettare in prossimità delle faccette articolari, tramite ago, anestetici, antinfiammatori o ozono. L’obbiettivo è quello di alleviare temporaneamente il dolore spesso per periodi prolungati.

Denervazione tramite radio-frequenze

La denervazione tramite radio frequenze è una tecnica percutanea che non richiede ricovero e viene eseguite in regime ambulatoriale, garantendo risultati permanenti. È realizzata con l’ausilio di un elettrodo a forma di ago posizionato in corrispondenza dei piccoli rami nervosi che sono causa della trasmissione del dolore. L’elettrodo è collegato a un apparecchio di radio-frequenza che emette una quantità controllata di energia che porta alla coagulazione di questi piccoli rami nervosi causando l’anestesia delle articolazioni dolorose. È bene ricordare che i rami nervosi che vengono distrutti sono minuscoli e responsabili solo della trasmissione del dolore e non hanno nulla a che vedere con i nervi responsabili della sensibilità e del movimento delle gambe e delle braccia. Il procedimento è quindi molto sicuro.

Chirurgia mini-invasiva di artrodesi

L’artrodesi è dedicata a quei pazienti che presentano associata una lieve instabilità articolare. Vengono utilizzati sistemi dinamici che portano a buoni risultati.

Terapia del dolore a Roma

Articolo revisionato dal Dottor Valerio Nicoletti, specialista in Terapia del dolore presso il Polo Sanitario San Feliciano di Roma


tampone test rapido covid

Tampone Covid-19 rapido a Roma: test disponibile presso Villa Aurora

A Roma, il test rapido su tampone nasofaringeo per la rilevazione del Covid-19 è disponibile presso il Polo Sanitario San Feliciano, sede di via Battistini (Villa Aurora). L’accesso è consentito su prenotazione. Il tampone rapido viene fatto anche senza ricetta e ha un costo di 15 euro per gli adulti e di 8 euro per i minori di età compresa tra i 12 e i 17 anni. In caso di esito negativo, l'esecuzione del tampone comporta rilascio immediato del Green Pass.

Come funziona il tampone rapido per il Covid-19: modalità di raccolta, tempi di risposta e costi

Il test rapido effettuato su tampone nasofaringeo si basa sulla ricerca delle proteine virali (antigeni) del SARS-CoV-2. La modalità di raccolta del campione avviene mediante tampone naso-faringeo: con un lungo bastoncino simile ad un cotton fioc, viene prelevato un campione delle vie respiratorie a livello della mucosa naso-faringea.

I tempi di risposta sono molto brevi (circa 20 minuti), tuttavia la sensibilità e specificità di questo test sono inferiori a quelle del test molecolare, motivo per il quale le diagnosi di positività ottenute con questo test devono essere confermate da un secondo tampone per lo studio molecolare (metodi molecolari di real-time RT-PCR-Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction- per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione).

Il costo dei tamponi è di:

  • 15 euro per gli adulti;
  • 8 euro per bambini e ragazzi di età compresa tra 12 e 17 anni.

Dove effettuare il test rapido a Roma: la procedura presso il Polo Sanitario San Feliciano

Presso il Polo Sanitario San Feliciano, sede di via Battistini (Villa Aurora - Roma), è possibile effettuare il tampone rapido. Ecco come fare.

  • È necessario prenotarsi contattando i numeri 06 6600 0495 - 06 6630 351 - 06 6636 902 oppure utilizzando il portale  http://prenota.sanfelicianoroma.it/
  • È necessario presentare la propria tessera sanitaria;
  • Non è necessario esibire la prescrizione del proprio medico curante;
  • L’esito del tampone verrà comunicato dopo un’attesa di circa 20 minuti.

In caso di esito negativo del tampone, viene rilasciato immediatamente il relativo Green Pass.

I tamponi naso-faringei possono essere effettuati nei seguenti orari:

  • Lunedì dalle 8 alle 14;
  • Venerdì dalle 8 alle 14;.

Leggi anche le informazioni per effettuare il test sierologico Covid-19 presso il Polo Sanitario Accreditato San Feliciano


terapia fotodinamica

Terapia fotodinamica, il trattamento dermatologico contro acne e tumori

La terapia fotodinamica è un trattamento dermatologico che può essere utilizzato per la cura di una pluralità di patologie, dal foto ringiovanimento, all’acne ai tumori. Nella terapia fotodinamica si sfrutta l’azione combinata di agenti fotosensibilizzanti e luce visibile per ottenere la rigenerazione delle cellule epiteliali. Ecco come funziona, quali sono i benefici e quali gli effetti collaterali.

La luce, sia essa quella naturale, irradiata dal sole, che quella artificiale, prodotta da apposite lampade, è un importante alleato della salute dell’uomo. Sempre più spesso, infatti, in ambito medico, si fa ricorso a trattamenti basati su tecnologie che sfruttano l’azione della luce. E questo avviene in modo particolare in dermatologia, vista la forte influenza che le radiazioni luminose sono in grado di esercitare sulla pelle. È il caso, ad esempio, della terapia fotodinamica, a cui è dedicato questo approfondimento.

Cos’è e come funziona la terapia fotodinamica

In medicina, con il termine terapia fotodinamica (in inglese, PDT) si indica, come anticipato, un trattamento dermatologico che consente di affrontare diverse patologie della pelle, sia di natura estetica che oncologica. Tale effetto terapeutico è ottenuto grazie all’impiego di due elementi:

  • un agente fotosensibilizzante applicato sulla pelle sotto forma di crema (Acido Metil 5-aminolevulinico o Acido 5-aminolevulinico);
  • una fonte di luce visibile.

La combinazione di questi due elementi genera un effetto ossidativo che porta alla morte delle cellule malate e alla loro rigenerazione con cellule epiteliali nuove.

A seconda della fonte luminosa che viene utilizzata, si possono distinguere due tipologie di trattamento:

  • terapia fotodinamica convenzionale (C-PDT), con impiego di luce rossa artificiale;
  • terapia fotodinamica con luce solare (DAYLIGHT- PDT o DL-PTD).

 

Da un punto di vista operativo, la singola seduta di fototerapia si divide nelle seguenti fasi:

  1. Preparazione della cute: la zona interessata dal trattamento deve essere pulita utilizzando una garza imbevuta di soluzione fisiologica, facendo attenzione a rimuovere eventuali residui di trucco o di creme; inoltre, si deve provvedere ad eseguire un curettage delle lesioni presenti.
  2. Applicazione dell’agente fotosensibile: la crema deve essere spalmata mediante una spatola, avendo cura di creare uno spessore di circa 1 millimetro e di coprire anche la cute sana circostante la lesione, per un raggio di 5-10 millimetri.
  3. Medicazione occlusiva: una volta spalmata la crema, la zona interessata viene coperta con un bendaggio che permette l’assorbimento della sostanza fotosensibile senza che questa entri in contatto con la luce solare; questa fase di attesa dura circa 3 ore; tale operazione non viene eseguita in caso di trattamento con luce solare.
  4. Esposizione alla fonte luminosa: nel caso di terapia fotodinamica con luce artificiale, l’esposizione alla luce rossa dura solo 7 minuti e al paziente vengono fatti indossare occhiali scuri per proteggere gli occhi; nel caso di Daylight-PDT, invece, l’esposizione alla luce solare deve avvenire entro mezz’ora dall’applicazione della crema e deve protrarsi per circa 2 ore.
  5. Applicazione di creme e unguenti lenitivi.

Terapia fotodinamica e dolore

È bene specificare che la terapia fotodinamica eseguita con lampada artificiale provoca dolore localizzato ma solitamente di lieve entità. Tale dolore può essere alleviato mediante l’uso di acqua nebulizzata. Spesso è anche sufficiente la talkestesia, cioè parlare ininterrottamente al paziente per distrarlo.

Quali patologie possono essere tratta con la terapia fotodinamica: dall’acne ai tumori

Le patologie della pelle e i difetti dermatologici che vengono trattati con terapia fotodinamica sono diversi:

  • Danni da esposizione al sole (come le macchie della pelle su volto, decolletèe e mani);
  • Acne
  • Cheratosi attiniche (lesioni pretumorali) di I e II grado e/o non pigmentate
  • Carcinoma basocellulare
  • Carcinoma a cellule squamose (morbo di Bowen).

I risultati: prima e dopo il trattamento di terapia fotodinamica

Di seguito, lacune foto che mostrano gli effetti benefici ottenuti grazie alla terapia fotodinamica. Per ottenere benefici può essere sufficiente una sola seduta oppure possono esserne necessarie due (intervallate da una settimana di pausa). Dipende dal tipo di problema che si deve trattare. I risultati vanno comunque valutati a tre mesi di distanza del trattamento. Qualora fosse utile, la fototerapia può essere ripetuta.

Controindicazioni ed effetti collaterali

Oltre al già citato fastidio che si può avvertire durante il trattamento, la terapia fotodinamica può dare luogo ad alcuni effetti collaterali, a cui bisogna prestare attenzione. In particolare, è sconsigliato sottoporsi al trattamento alle seguenti categorie di pazienti:

  • Donne in gravidanza o in allattamento;
  • Persone affette da specifiche patologie, quali porfiria, fotodermatosi, tumore con spessore superiore ai 2 mm, malattie fotosensibilizzanti;
  • Persone che assumono famaci fotosensibilizzanti;
  • Soggetti allergici ad uno o più componenti dei farmaci utilizzati, oppure ad arachidi e soia.

In generale, è importantissimo che la fototerapia venga effettuata da personale esperto, in grado di gestire correttamente tutte le fasi del processo e di dare al paziente i giusti consigli.

Terapia fotodinamica a Roma

 

Articolo revisionato dalla Dottoressa Sara Tambone, specialista in dermatologia presso il Polo Sanitario San Feliciano


otite effusiva bambina

Otite media secretiva nel bambino, quando preoccuparsi del liquido nell’orecchio

L’otite media secretiva (conosciuta anche come effusiva o catarrale) è una malattia che colpisce l’orecchio medio e riguarda prevalentemente i bambini, soprattutto sotto i 2 anni. Comporta l’accumulo di liquido nell’orecchio medio. Non è dolorosa, ma tra i suoi sintomi c’è l’abbassamento dell’udito che può generare disturbi del linguaggio, di apprendimento e comportamentali. Ecco perché è importante rivolgersi a un otorino per arrivare a una diagnosi tempestiva e intervenire con le giuste cure.

Cos’è l’otite media secretiva

L’otite media secretiva è una delle patologie dell’orecchio più frequenti in età pediatrica ed è la prima causa di sordità con disturbi del linguaggio nel bambino. L’otite catarrale si caratterizza per l’accumulo di secrezione liquida nell’orecchio medio, che talvolta può associarsi ad episodi d’infezione acuta di origine batterica (otite media acuta). La patologia si manifesta più frequentemente nei più piccoli, con un’incidenza variabile dal 15 al 40% dei bambini di età inferiore a 5 anni, ma può raggiungere il 60% nei bambini sotto i 2 anni di età.

Ma cosa accade in un orecchio affetto da otite media effusiva? In condizioni fisiologiche, la tuba di Eustachio provvede al drenaggio delle secrezioni e alla ventilazione della cavità timpanica. In caso di suo malfunzionamento, invece, le secrezioni ristagnano nell’orecchio medio, fino ad assumere un aspetto colloso (glue ear). Queste secrezioni arrivano al punto di impedire la motilità della catena degli ossicini e possono quindi determinare una sordità di tipo trasmissivo, che, nei casi più gravi, può arrivare ai 50 dB ed associarsi a disturbi dell’apprendimento e del linguaggio o a iperattività e nervosismo.  Inoltre, in caso di otite media secretiva la sovra-infezione batterica è frequente, tanto da poter determinare episodi di otite media acuta recidivante.

I sintomi dell’otite secretiva

Quando affetti da otite media, i bambini possono avvertire i seguenti sintomi:

  • difficoltà uditive (ipoacusia), che possono generare anche problemi di concentrazione, apprendimento e comportamentali;
  • sensazione di pienezza e di pressione interna all’orecchio;
  • schiocco nelle orecchie durante la deglutizione.

Le cause dell’otite media effusiva

Le principali cause che scatenano l’otite media effusiva sono:

  • l’ipertrofia adenoidea, perché il tessuto adenoideo che occupa il rinofaringe e ostruisce la tuba di Eustachio.
  • la rinite allergica, poiché l’infiammazione e l’edema determinano un aumento di secrezioni e una riduzione del drenaggio nelle vie aeree superiori.
  • il reflusso gastroesofageo, dove l’infiammazione è provocata dal reflusso del contenuto gastrico nel rinofaringe e nelle fosse nasali.

Come diagnosticare l’otite media secretiva: visite ed esami

La diagnosi dell’otite attraversa diversi step e comunque deve essere affidata a un medico specialista in otorinolaringoiatria.

Si parte da un colloquio con i genitori, rivolto a ricercare le cause di tipo costituzionale o familiare (conformazione, allergie) e alle co-morbidità del bambino (asma, laringiti, dolore gastrico).

Successivamente, l’esame obiettivo completo di micro-otoscopia permette di diagnosticare l’otite media ed eventualmente un’ostruzione nasale associata. L’otoscopia (esame del timpano) evidenzia una membrana timpanica di aspetto opaco e ispessito, talvolta di colore giallastro o bluastro e talvolta è possibile evidenziare la presenza di bolle d’aria all'interno della cavità.

Altri esami che vengono svolti sono:

  • la nasofibroscopia, fondamentale per valutare l’infiammazione della mucosa nasale e il grado di ipertrofia adenoidea associata;
  • la timpanometria, ovvero lo studio delle pressioni timpaniche, permette, attraverso una sonda posta nel condotto uditivo esterno, di misurare le pressioni nell’orecchio medio e l’elasticità della membrana timpanica. In caso di otite media secretiva, il timpano risulterà anelastico con una rigidità del sistema dell’orecchio medio, tale da impedire la trasmissione del suono all’orecchio interno.
  • l’audiometria tonale e vocale permette di studiare la funzione uditiva, quantificare la perdita uditiva che è variabile dai 10 ai 50 dB ed eliminare altre forme di sordità dovute a deficit dell’orecchio interno. In caso di bambini molto piccoli o non collaboranti è possibile effettuare test oggettivi della misurazione dell’udito (potenziali evocati uditivi).

Come curare l’otite media catarrale

I rimedi contro l’otite media secretiva sono di due tipologie: terapia farmacologica e terapia chirurgica.

La terapia farmacologica

Sebbene sia spesso utilizzata come prima opzione terapeutica, la terapia medica con corticosteroidi per via orale o intranasale non mostra un'efficacia a lungo termine. Anche la terapia antibiotica non sembra essere efficace nel trattamento dell’otite media secretiva, tuttavia il suo ruolo è indispensabile in caso di sovrainfezione batterica con otite media acuta. Infine, i farmaci antistaminici sono indicati in tutti i casi di  rinite allergica.

La terapia chirurgica

La terapia chirurgica, ovvero la miringotomia con posizionamento di neotuba, trova indicazione in nei casi di frequenti episodi di otite media acuta e/o di perdita uditiva. Infatti, le linee guida internazionali consigliano tale intervento in tutti i casi ove il numero d’infezioni acute supera i 3 episodi in 6 mesi o 4 in un anno e quando la soglia uditiva per via aerea sia superiore ai 25 dB. Tuttavia, sottolineano la necessità di adattarsi al singolo caso ed è indispensabile programmare un intervento precoce nei pazienti affetti da disturbi del linguaggio o dell’attenzione, seppur non si raggiungono i tali criteri. Vi è inoltre un consenso univoco sulla necessità di uno studio preoperatorio dell’ipertrofia adenoidea, essendo l’adenoidectomia (l’asportazione delle adenoidi) un gesto che può evitare le recidive e apportare un miglioramento a lungo termine.

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Articolo revisionato dalla Dottoressa Michela Biagini, specialista di otorinolaringoiatria presso il Polo Sanitario San Feliciano.

Informazioni tratte da sciencedirect.com


trattamento di carbossiterapia

Carbossiterapia, il trattamento a base di anidride carbonica contro cellulite e inestetismi della pelle

La carbossiterapia è un particolare trattamento di medicina estetica che utilizza l’anidride carbonica, iniettata sottopelle. Con la carbossiterapia è possibile trattare numerosi inestetismi del corpo e della pelle, dalla cellulite alle cicatrici, dall’invecchiamento cutaneo alle adiposità localizzate. È molto efficace, inoltre, contro patologie dermatologiche quali alopecia e psoriasi. Il trattamento può essere applicato in diverse zone: viso, addome, gambe e glutei.

Il nome anidride carbonica evoca solitamente due immagini opposte. C’è chi, al sentirlo pronunciare, va subito con la mente al tema dell’inquinamento e all’eccessiva presenza di questa sostanza nell’aria. Allo stesso tempo, c’è chi visualizza le bollicine che caratterizzano tutte le bevande gassose, di cui proprio la CO2 è responsabile. Pochi pensano, invece, che l’anidride carbonica è anche un importante alleato della medicina funzionale ed estetica nella lotta contro numerosi difetti e patologie.

È proprio questo particolare gas, infatti, l’elemento fondamentale della carbossiterapia, un trattamento molto diffuso ed efficace. L’uso dell’anidride carbonica in medicina, però, non è certo una scoperta recente, ma risale addirittura al 1932, quando venne sperimentato, presso la stazione termale francese di Royat per trattare i disturbi vascolari.

Cos’è e come fuziona la carbossiterapia

Da un punto di vista tecnico e pratico, la carbossiterapia consiste nella somministrazione sottopelle di anidride carbonica allo stato gassoso, mediante l’uso di un apposito ago. Attraverso questa procedura, detta anche insufflazione, si aumenta il flusso di sangue nella zona interessata e, di conseguenza, si migliora l’ossigenazione dei tessuti, provocando una serie di benefici a cascata ben visibili.

A cosa serve la carbossiterapia: quando può essere utilizzata

Come già anticipato, la carbossiterapia è un trattamento ampiamente utilizzato in medicina, soprattutto nel ramo estetico. L’anidride carbonica iniettata sottopelle, infatti, permette di avere benefici in tutti i casi di disturbi che dipendono da alterazioni della microcircolazione.

In medicina estetica, la carbossiterapia è utilizzata per trattare inestetismi come:

  • Cellulite;
  • Lassità della pelle;
  • Gonfiore;
  • Grasso localizzato;
  • Smagliature;

Inoltre, in ambito dermatologico, il trattamento a base di anidride carbonica risulta molto efficace per curare:

  • Ulcere;
  • Psoriasi;
  • Alopecia;
  • Calvizie;
  • Invecchiamento cutaneo;

Da questi lunghi elenchi si evince anche che la carbossiterapia può essere realizzata in varie parti del corpo: viso (comprese le borse degli occhi), capelli, braccia, addome, fianchi, glutei, ginocchia e gambe.

Chi può fare e chi non può fare il trattamento

In linea generale, chiunque può sottoporsi a un trattamento di carbossiterapia, trattandosi di una procedura rapida e non invasiva. Esistono, però, delle controindicazioni che delimitano in modo molto chiaro il campo di chi non può fare questo trattamento. Si tratta di persone che si trovano in una delle seguenti condizioni patologiche:

  • Insufficienza respiratoria;
  • Insufficienza renale;
  • Insufficienza epatica;
  • Insufficienza cardiaca e altre malattie del cuore;
  • Diabete;
  • Anemia grave.

Infine, la carbossiterapia va evitata anche durante la gravidanza o l’allattamento.

Come si svolge una seduta di carbossiterapia

La seduta di carbossiterapia segue una procedura piuttosto semplice e rapida. Tale facilità, però, non deve trarre in inganno e far pensare che sia anche un intervento banale. Si tratta, invece, di un vero e proprio trattamento medico, che deve essere effettuato solo ed esclusivamente da medici specializzati e con macchinari sicuri. Presso il Polo San Feliciano-Villa Aurora, ad esempio, vengono utilizzati i macchinari di nuova generazione prodotti da Carbossiterapia Italiana, che garantiscono standard qualitativi estremamente elevati.

Il protagonista assoluto della carbossiterapia, infatti, è proprio il macchinario che contiene l’anidride carbonica sterile, da cui partono i tubi che lo collegano a degli aghi sottilissimi. È attraverso questi aghi che il gas viene iniettato sottopelle, secondo un ritmo e una velocità stabiliti dal medico e regolati da un flussimetro.

macchinario carbossiterapia
Macchinario per la carbossiterapia presente presso il Polo Sanitario San Feliciano - Sede di Villa Aurora

Durata e frequenza delle sedute

Una seduta di carbossiterapia dura circa 20-30 minuti. La frequenza degli appuntamenti, invece, non può essere predeterminata, perché dipende da ciò che si vuole trattare, dall’obiettivo che si intende raggiungere e dalla reazione fisica del paziente. In linea di massima, però, i trattamenti possono essere ripetuti con cadenza settimanale.

Quante sedute servono per vedere i risultati

Anche il tempo di comparsa dei risultati dipende da numerose variabili. È probabile, però, che i primi effetti positivi si inizino ad osservare dopo 2 o 3 sedute.

La carbossiterapia è dolorosa?

Quella sulla dolorosità del trattamento di carbossiterapia è una delle domande che il medico estetico si sente rivolgere più spesso. In realtà, la procedura di per sé non è dolorosa, ma esiste la possibilità che il singolo paziente avverta un fastidio durante la somministrazione dell’anidride carbonica, in virtù di una particolare sensibilità personale.

Possibili effetti collaterali

Quelli più comuni e più blandi sono l’indolenzimento cutaneo localizzato, la comparsa di piccoli lividi nei punti dove viene praticata l’iniezione e di eritemi, l’arrossamento e il gonfiore. Più severi, invece, possono rivelarsi gli effetti indesiderati legati alla somministrazione di una dose eccessiva di gas. È bene specificare, però, che tali rischi vengono minimizzati se ci si affida a medici competenti e a strutture adeguate.

I benefici della carbossiterapia

Come già sottolineato, l’effetto primario della iniezione sottocute dell’anidride carbonica è quello di migliorare la circolazione, che significa maggiore ossigenazione dei tessuti ed eliminazione delle scorie (attraverso un miglior funzionamento del sistema linfatico). Da questa azione, si dipanano poi tuta una serie di effetti benefici della carbossiterapia che sono proprio ciò che si vuole ottenere quando ci si sottopone a questo trattamento estetico.

A livello epidermico, il risultato è una pelle più tonica e compatta, luminosa ed omogena, perché maggiormente nutrita di collagene ed elastina. Si riducono, inoltre, i segni dell’invecchiamento.

La carbossiterapia, però agisce anche a livello di grasso corporeo, ecco perché è una valida alleata nella lotta contro cellulite, pelle a buccia di arancia, cuscinetti adiposi e culotte de cheval. L’anidride carbonica, infatti, ha una doppia funzione lipolitica: diretta, perché scompone il tessuto adiposo favorendone l’eliminazione, e indiretta, perché riattiva il metabolismo cellulare.

Quanto durano gli effetti

Sulla durata degli effetti del trattamento nel tempo non è possibile essere precisi. Vale, infatti, lo stesso discorso fatto per il numero di sedute necessarie per raggiungere l’obiettivo e sulla loro frequenza: sono molte le variabili da tenere in considerazione e qualsiasi previsione sarebbe debole. Di sicuro, però, gli effetti della carbossiterapia sono temporanei e non definitivi.

 

Articolo revisionato dal Dottor Raniero Orsini, specialista in chirurgia maxillo-facciale, chirurgia plastica e medicina estetica presso il Polo Sanitario San Feliciano-Villa Aurora di Roma

 Carbossiterapia a Roma, presso Casa di Cura Villa Aurora